TESTIMONIANZE

GRETTA       Bubanza Burundi, marzo 2016

grettaDue grandi occhi che ti guardano senza esitazione, una figura minuta, fragile ma tesa e carica di quella misteriosa energia che fa di un corpo, altrimenti carne e ossa senza motivo e difesa, un essere vivo che vuole crescere, muoversi, affermarsi nel suo mondo fra difficoltà ed aggressioni.
Ho incontrato Gretta la prima volta 2 anni fa in ambulatorio all’Ospedale di Bubanza (Burundi). Mi era stata portata per gli esiti di una grave ustione della gamba destra, dove l’imponente cicatrice cutanea impediva i movimenti del piede condannandola per sempre alla zoppia.
E’ in quella occasione che ho saputo la sua storia: sette anni, “bambina di strada” da due, da quando era stata cacciata di casa. Era stata accusata, a seguito della diagnosi a pagamento di uno stregone specialista nella materia, di essere piena di negatività e di fatto la causa dei guai della famiglia.
La ragazzina ultimamente viveva in un centro per andicappati organizzato a Kiganda, un’isolata località di campagna, dove una suora, con l’aiuto di una fisioterapista, aveva riunito una ventina di bambini che nutriva e proteggeva.
Gli ospiti del “centro” non li definirei semplicemente malati ma più propriamente gente esclusa dalla società locale per le patologie e le problematiche che non permettono loro di rimanere al passo con i “normali” in un luogo dove non c’è spazio per chi non è autonomo.
Il centro per andicappati dava asilo a deformi, storpi, e anche a due albini di quelli più gravi con gli occhi rossi che non possono sopportare l’esposizione al sole e, ciò che è peggio, sono continuamente a rischio di essere rapiti e uccisi. In alcuni paesi dell’ Africa sub-saariana le ossa degli albini sono considerate un potentissimo talismano e vengono vendute a prezzi astronomici nel mercato della magia nera.
La suora era dunque la grande madre di quella strana famiglia che curava con coraggio affetto e furbizia ricambiata dall’evidente amore dei suoi e dai risultati: gli ospiti, curiosi, sorridenti e apparentemente sereni, erano ben nutriti e alloggiati in locali puliti e spaziosi.
E’ così che un giorno la Suora tolse dalla strada Gretta portandola nel suo rifugio e, volendola far curare, la condusse da me.
Operai la bambina praticando plastiche della cute e interventi sulle ossa del piede.
Il post-operatorio fu molto doloroso, particolarmente le medicazioni. La piccola paziente mi afferrava le mani allontanandole dalle ferite e fui costretto a patteggiare per poterla curare: voleva lei il controllo. Questo atteggiamento che in Italia avrei giudicato un capriccio, fu considerato da me con rispetto e direi con ammirazione per la volontà di sopravvivere di quell’essere abituato a bastare a sè in chissà quali difficoltà. Difendeva la sua persona con determinazione e pensai che il suo atteggiamento avrebbe potuto essere di insegnamento a quanti buttano via la loro vita: lei combatteva per vivere.
Anni prima, nella mia pratica all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, avevo escogitato un modo per medicare piccoli pazienti “difficili”: facevo fare a loro. Tolte le bende, giunti alla fase più temuta, quando si tratta di staccare le garze aderenti alla ferita, dopo abbondante irrigazione con soluzione fisiologica, sotto il mio controllo, davo le pinze al paziente e facevo fare a lui. E’ quello che feci con Gretta.
Mi aspettava sorridente per la medicazione che era diventata un appuntamento fisso ogni secondo giorno: quasi un gioco. Cominciavo a sfasciarla e proseguivo fino a che subentrava lei.
Finalmente le cure finirono: Gretta non zoppica più.

Pietro Ortensi

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Hope, il bimbo “stregone” abbandonato in Nigeria salvato dalla cooperante danese
Articolo di Lorenzo Simoncelli tratto da La Stampa del 16/02/2016

Ci sono immagini che parlano da sole. A guardarle lasciano il segno. Stato di Akwa Ibom, cittadina di Uyo, sud della Nigeria. Un bambino di due anni, nudo, pelle e ossa, sporco e con la pancia gonfia perché piena di vermi reclina con le ultime forze la sua testa nel tentativo di bere un sorso d’acqua offertogli dal braccio tatuato della cooperante danese Anja Ringgren Loven.
Non è la prima volta che l’Africa offre queste istantanee. Era successo in Biafra (Nigeria), in Somalia, in Darfur (Sudan). Ma nel giro di poche ore ha fatto il giro del web e ha raccolto un milione di dollari in donazioni recapitate presso l’African Children’s Aid Education and Development Foundation, una Ong danese a difesa dei bambini maltrattati e cacciati di casa perché accusati di stregoneria.
Hope (speranza in inglese), così è stato chiamato il bambino al momento del ritrovamento, è stato abbandonato ad un anno di vita per le strade nigeriane perché accusato dalla sua famiglia di essere uno stregone. Non un caso isolato nel Continente, soprattutto in Africa occidentale dove la magia nera si mischia con pseudo-religioni carismatico-pentecostali. In Nigeria si stima che ogni anno siano circa 15mila i bambini abbandonati per questa ragione. In Congo si arriva a 25mila.
«Hope rappresenta un miracolo della vita, è molto forte» – ha commentato Anja Ringgren Loven, la cooperante che l’ha soccorso e fondatrice della Ong. Il bambino ha vissuto otto mesi vagabondando e nutrendosi degli scarti che gli venivano lasciati per strada. Poi la corsa in ospedale e le cure per eliminare i vermi che gli stavano mangiando lo stomaco e un ciclo di trasfusioni per riportare nella norma i parametri vitali.
Dopo due settimane di cura Hope è tornato a sorridere e presto raggiungerà gli altri bambini della Ong anche loro recuperati dopo esser stati vittime di abbandono e maltrattamenti. Esorcismi, prigionia, fame forzata, pozioni “magiche” sono alcune delle costrizioni a cui vanno incontro i bambini accusati di stregoneria.
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Foto: African Children’s Aid Education and Development Foundation

 

PER UN PEZZO DI PANE       Bubanza Burundi 16 maggio 2015

C’è un bell’albero di limoni subito fuori dalla casa dove noi medici alloggiamo a pochi passi dall’ospedale. Quel giorno avevo deciso di raccoglierne alcuni da spremere ed aggiungere il succo all’insipida acqua sterilizzata con la bollitura che usiamo da bere per migliorarne così il gusto.

Provo a scuotere l’albero, poi con un lungo ramo batto sui frutti per farli cadere: inutilmente. Compare all’improvviso un uomo, probabilmente uno degli operai che stanno costruendo il muro intorno all’ospedale come voluto dalla Direttrice per ragioni di sicurezza e decoro. E’ un individuo molto magro, di bassa statura, con la pelle e gli stracci dello stesso colore della terra scura accumulata in mucchi dallo scavo delle fondamenta. Vede i miei sforzi e, rivolgendosi a me in una lingua incomprensibile che da per scontato io debba capire, indica l’albero poi, con lentezza e qualche difficoltà, si arrampica. Strappa i limoni e li getta verso di me che col naso all’aria seguo dal basso l’operazione. Sette bei limoni della qualità con la buccia spessa, profumati ma non come quelli cui siamo abituati in Italia forse perché, come ho sentito dire, la rapida crescita della pianta a questa latitudine sotto la tremenda spinta vitale che deriva dal sole e dall’acqua, non permette loro quell’arricchimento di aromi e profumi che richiede tempo e stagioni.

Raccolgo i limoni nella camicia sfilata dalla cinta tenuta per i pizzi ed usata come un sacco. Sto per allontanarmi quando l’uomo rivolgendosi a me pronuncia una misteriosa parola: “umukatie”, la ripete indicando lo stomaco evidentemente vuoto sotto il torace di cui si contano le coste. Entro in casa e chiedo il significato della parola a Pontienne (la persona ormai di famiglia che da tanti anni si occupa di noi durante le missioni), lui dapprima non capisce poi ripete la parola correggendone la pronuncia e spiega: umukatie vuol dire pane. Prendo in cucina un pezzo di pane, mi sembra poco come ricompensa, quasi mi vergogno, è dolce, fatto con una farina bianca molto raffinata e non sfigurerebbe al tavolo di un raffinato ristorante romano, esco lo do all’uomo che soddisfatto si allontana con gesti di ringraziamento.

Comincio a capire, mi vengono in mente riferimenti evangelici e poi quell’espressione “per un pezzo di pane” comunemente usata a significare “in cambio di poco, a basso prezzo”. Ma evidentemente il valore del gesto concreto in un contesto così diverso può cambiarne radicalmente il significato. Non credo che in futuro userò questa espressione con superficialità e senza riflettere.

Pietro Ortensi

IWACU

 

Articolo tratto da www.iwacu-burundi.com
ORTHOPAEDICS: GOOD SAMARITANS FROM ROME
di Joanna Nganda

 

 

 

camminare

 

In Burundi due ortopedici italiani aiutano l’Africa a tornare di nuovo a
CAMMINARE
I medici romani provano a ridare un futuro ai piccoli di quel paese. Intervengono su patologie endemiche e sui traumi lasciati dalla guerra. Hanno costruito un ospedale. Portano a Roma i casi più gravi, operano e assistono. Grazie a due fondazioni e alla generosità dei donatori.
di Mario Pappagallo

 

 

 

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Solidarietà. La straordinaria esperienza di un ortopedico volontario in Burundi.
CURO L’AFRICA E LEI CURA ME
“E’ un impegno massacrante, ma alleviare il dolore di chi non ha nulla è più rigenerante di una beauty farm”, racconta Francesco Falez, Primario e Ricercatore di fama mondiale.
di Rita Cenni

 

 

 

Perché in Africa

Che succede ad un traumatizzato al quale non venga “ridotta” una grave frattura della gamba lasciando esposto il moncone osseo che ha perforato la cute? Ad un ustionato con una lesione della mano non trattata che distrugge la carne fino a mostrare i tendini e lo scheletro? Quanto  resterà indietro una persona adulta che vive in pieno terzo mondo per la sua grave zoppia dovuta ad un “piede torto” non corretto? Consideriamo che la sua deformità congenita avrebbe potuto essere curata da bambino forse, come in molti casi, anche senza  chirurgia. Per un medico che eserciti in Italia è possibile solo immaginare le risposte, magari con l’ausilio delle immagini di qualche vecchio testo. In Burundi è possibile trovare le risposte. Lì si può vedere l’evoluzione naturale di un trauma, di una malattia, di una malformazione lasciati senza il trattamento che la medicina può offrire. Nei nostri Paesi è assicurata l’assistenza di base. Numerosi medici e presidi sanitari sostengono un sistema che comunque non lascia i pazienti senza cure. Nei Paesi dove operiamo, la presenza di un medico, di un infermiere e dell’ attrezzatura necessaria, è cosa rara e fa la differenza anche fra la vita e la morte. Da queste considerazioni è facile immaginare l’utilità della nostra presenza in Burundi e la grande soddisfazione che traiamo dal nostro lavoro.

                                                                      Dr. Pietro Ortensi

Ho iniziato ad andare in Burundi sotto la guida/compagnia del Prof. Monti circa due anni e mezzo fa, quando mio padre mi suggerì di fare questa esperienza. Da allora, ci sono andato quattro volte, circa due volte l’anno, e puntualmente tra un mese circa farò un’altra missione. Non riesco a stare lontano da quella terra, da quella gente, da quella totale diversità rispetto al mondo in cui viviamo noi oggi, per più di sei mesi. Certamente, quando vado lì e passo tre settimane praticamente fuori dal mondo (questa è più o meno la durata di ogni missione) non vedo l’ora di tornare a casa, perché, comunque, stare lontano dalle proprie cose e persone care non è facile. Ma invariabilmente, dopo qualche mese, non vedo l’ora di riprendere quello scomodissimo aereo della Ethiopian Airlines e buttarmi con anima e cuore in ciò che mi piace fare, senza secondi fini… il medico.

 Dr. Stefano Carbone

Inglese, Francese